“O Russe tu m’apparus soudain, céléstial”
摘要
I rapporti fra l’Italia e i Paesi est-europei risalgono all’alba della storia. Anche il più sprovveduto degli studiosi sarebbe pertanto in grado di mettere sul tavolo qualche anello della catena: dagli architetti e dagli artisti italiani che per secoli hanno lavorato a Mosca, a San Pietroburgo e in varie altre città dell’Europa orientale, ai viaggiatori, specie russi, che hanno visitato l’Italia dall’epoca gloriosa del Grand Tour in qua.1 Ma andrebbe ricordato almeno ancora l’ampio interesse per le teorie formaliste, strutturaliste e semiologiche esteuropee, non meno che, sull’altro versante, il ruolo assunto dal Bel Paese, grazie a studiosi come Vittorio Strada, favoriti, nel secondo dopoguerra, dalla cultura di sinistra, nel far conoscere al mondo occidentale, traducendole, pur non senza animose discussioni (chi non ricorda l’accoglienza tutt’altro che concorde di Arcipelago Gulag di Aleksandr Solženicyn?), parecchie opere letterarie. E basti qui il caso di un romanzo, Il dottor Živago, di Boris Pasternak, uscito in prima mondiale in lingua italiana nel 1957, mentre nell’Unione Sovietica verrà pubblicato soltanto trent’anni più tardi, nel 1988. Insomma, non è troppo esagerato asserire che “il tema dei russi in Italia è infinito”.2